Nel sogno lei ha un sorriso, appena accennato, di ragazza americana anni cinquanta. Bianco e nero con molte, infinite, sfumature di grigio. Gli occhi chiari, grandi, buoni. Attraversa la strada soprappensiero, in campo lungo. Indossa un tailleur sobrio e si fa spazio con passo agile. Fa freddo, a New York, cade la neve, a fiocchi, su cui va a stringere la macchina da presa. Lei è semplice, serena, indifferente al mondo, nel mio sogno cinematografico. La musica fa da contrappunto, distesa, orecchiabile, dolce, ma è la musica che detta la partitura psicologica del film. Ecco che arriva uno stacco violento, brutale e, in campo stretto, un dettaglio apparentemente ingiustificato, la pagina di un libro trascinata dal vento o la faccia di un vecchio che gira l’angolo, di corsa, danno un senso al dramma che sta per compiersi. Lei è ferma alla vetrina dei foulard e, in controcampo, dalla parte del negozio, un commesso baffuto e insolente la invita ad entrare. Lui ha orecchie a sventola, alla Clark Gable, andatura dinoccolata alla James Stewart e sguardo indefinibile, alla Humphrey Bogart. Lei…lei è solo una comparsa, una delle tante attrici figuranti destinate a confinare il cinema nell’album dei ricordi. Lei deve lasciare il posto alla protagonista fatale, sex symbol, donna costruita ad immagine e somiglianza delle fantasie del pubblico. Quella che vi descrivo è una scena marginale del film: il regista addirittura non aveva deciso se mantenerla, ridurla o tagliarla del tutto. L’impressione del produttore, che fuma un sigaro dietro l’altro ed è avvolto in un paltò dal collo di pelliccia, è che quell’anonima comparsa faccia perdere ritmo alla tragedia che il film sta per rivelare.

“Su! – aveva detto il produttore al regista – su, non perdiamo altro tempo. Qui facciamo entrare Lauren Bacall, o Marilyn se preferisci…” Il regista ci aveva pensato e quasi gli dispiaceva di tagliare quei pochi fotogrammi, gli dispiaceva perché…non sapeva perché! Ma il film è già uscito ed ha avuto successo, di pubblico e di critica, e lui ne sta visionando una copia. Siamo proprio nel momento in cui il vecchio gira l’angolo, mentre la pagina di un libro si fa strada tra i fiocchi di neve. È praticamente a questo punto che entra in scena il commissario di polizia, dopo i due spari, in rapida successione, uno dei quali raggiunge alla nuca la bella comparsa, che risulterà “scomparsa”, mentre l’assassino lascerà come traccia proprio la pagina volante di un libro. È un giallo sofisticato, in cui il protagonista, l’accorto commissario dal ragionamento deduttivo,  è un tipo alla Orson Welles, molto intelligente, sguardo inquietante, un tipo che immagineresti in albe livide, con la nebbia che si confonde col fumo dei caffè di periferia, mentre un’auto spericolata attraversa la strada e lui non batte ciglio, ma si annoda la cravatta o si avvolge nella sciarpa di lana, tirando dritto. Ha in mente un piano per prendere l’assassino che ha già ucciso tre prostitute, tutte bionde, tutte alte almeno un metro e ottanta e tutte della stessa età e dello stesso segno zodiacale, 22 anni, scorpione. Il piano consiste nell’usare come esca la Lauren Bacall di turno, donna dal passato torbido, con un gran cuore e impressionanti, perfette gambe, fatte apposta per giarrettiere sublimi, rosa pallido o viola intenso. Orson l’ha conosciuta in un locale notturno, mentre teneva a bada, con un pugno ben assestato, un tizio che voleva portarla a letto. Anche lei è una prostituta ma, al diavolo, i clienti se li sceglie. Il misterioso assassino ha ucciso una sua amica, in una scena buia, in campo stretto, una scena che improvvisamente si è colorata di porpora, rosso sangue. Lauren vuole vendicarsi e si prepara volentieri alla messinscena, dopo aver superato l’iniziale ritrosia nei confronti del poliziotto, una specie d’odio che si trasformerà in amore. Prenderanno il maniaco ma lei rischierà la vita e tutto si risolverà all’ultimo momento. Il maniaco non ricordo bene chi sia, forse è quel vecchio che girava l’angolo, che somiglia un po’ al “vecchio della folla” di Edgar Allan Poe, l’uomo che si muove fteneticamente fra la gente e alimenta il fuoco della sua malvagità con l’energia vitale delle persone che gli stanno intorno. Che c’entrano, in tutto questo, le pagine del libro e le alte prostitute 22enni e quella storia tra il poliziotto e la prostituta? Il regista non se lo ricorda più perchè, nel momento in cui i due spari, in rapida successione, dovrebbero togliere di mezzo la bella comparsa, nella scena finale, molto movimentata, molto eccitante, succede una cosa straordinaria. Il film se ne va da solo, la bella comparsa prende il potere e diventa protagonista. Clark Gable, ammiccante dall’altra parte della vetrina, esce dal negozio e le propone di sposarla. Amore a prima vista, lei ha un carattere complesso, finta tonta come Marylin, ma anche determinata come Lauren. Incrocia lo sguardo di un vecchio che legge un libro, nella versione originale è un assassino, in questa copia è una comparsa che ha l’abitudine di aprire improvvisamente l’impermeabile e che viene arrestato dal  commissario della buoncostume, alias Orson Wells. La donna fatale di turno è anche lei una comparsa, gli sarà riservata una scena isterica, senz’anima. 

Intanto la comparsa diventata protagonista, va incontro al matrimonio, come in un film di Spencer  Tracy, dove i problemi sono quelli di Liz Taylor, passione e nevrosi. Lei stringe le labbra e le guance in un sorriso buono, in  bianco e nero. Il regista guarda per la prima volta il suo film e ha la sensazione di aver confezionato un prodotto mediocre, senza infamia e senza lode, con molte cadute di gusto. Ma è il film della sua memoria, coincide col viso limpido di una ragazza americana anni cinquanta, una ragazza con infinite sfumature di grigio.

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