Raf Vallone, un intellettuale in scena

C’è chi guarda alle cose come sono e si chiede “Perché?” Io penso alle cose che potrebbero essere e mi chiedo “Perché no?”
Questa frase visionaria di George Bernard Shaw, più volte scandita da Bob Kennedy durante la campagna presidenziale del 1968, pare fatta apposta per la vita di Raf Vallone. Lui è un personaggio che, con il lungo sguardo, sapeva vedere oltre il quotidiano, riusciva a immaginare gli scenari futuri. Calciatore, appassionato di poesia e di letture, giornalista della pagina culturale a L’Unità, critico cinematografico, attore di cinema e teatro, protagonista di sceneggiati televisivi, regista di commedie e opere liriche. E molto altro ancora. Un uomo curioso di tutto, come il suo amico poeta, Alfonso Gatto. Un intellettuale che non si è accontentato di specializzarsi in qualche materia considerata nobile, ma ha frequentato diverse strade, anche popolari, arricchendo la sua cultura e la nostra. E non si è tirato indietro davanti a nessuna prova. Da sportivo, si è messo sempre in gioco. Eccolo in veste di cantante nel 1959, al Musichiere di Mario Riva.

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Il lungo sguardo
Il teatro

Il teatro è l’arena in cui può aver luogo un confronto vivo. L’attenzione concentrata di un gran numero di persone crea un’intensità unica, e, grazie a ciò, forze che operano in tutti i tempi e che governano la vita quotidiana di ognuno possono essere isolate e percepite più chiaramente. Lo scrive Peter Brook ne Il teatro è il suo spazio, edito in Italia da Feltrinelli. L’intensità del teatro, dunque. Il lungo sguardo dell’attore dai mille volti Raf Vallone quando, alla fine degli anni cinquanta, diretto da Peter Brook, conquistò Parigi con Uno sguardo dal ponte del suo amico Arthur Miller. File interminabili all’ingresso del Teathre Antoine. Centinaia di repliche in una Parigi inarrivabile, festosa ed entusiasta dell’italiano che recita magnificamente in francese. Fa impazzire le donne. Coco Chanel adorante, tra i produttori dello spettacolo. Con  Brigitte Bardot ha un flirt. Con Marlene Dietrich è amicizia.

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Marlène Dietrich e Raf Vallone

Il lungo sguardo
Parigi ai suoi piedi

E lui racconta delle conversazioni con Camus, al ristorante, ma anche con Picasso , Sartre e Simon de Beauvoir. E poi quell’intervista con Oriana Fallaci, sulla terrazza della sua villa, a Sperlonga, affacciata al mare. Alla giornalista spiega: Questo cielo mi pulisce le meningi. Non immagina il tormento di recitare in una lingua che non era la mia…Mi conforta sapere che il pubblico abbia compreso lo sforzo. Una civetteria, scrive la Fallaci, per ricordare a se stesso che ha “spopolato”. L’ho visto la primavera scorsa a Parigi e la città era ai suoi piedi.

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Raf Vallone

Sembra la Parigi dei tempi andati, degli anni venti, la Festa mobile di Hemingway. Anche lo scrittore della generazione perduta è tra le amicizie di Raffaele Vallone, nato a Tropea, nello splendore della costa calabrese, classe 1916. Si traferisce presto a Torino, dove si laurea in filosofia e giurisprudenza. Leone Ginzburg e Luigi Einaudi tra i suoi maestri. E lui intanto gioca a calcio, con un Torino non ancora grande ma capace di vincere una Coppa Italia. Dopo l’8 settembre si unisce alla Resistenza, nelle Brigate di Giustizia e Libertà.

Il lungo sguardo
Raf il giornalista

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Cesare Pavese

Finita la guerra, il giornalismo, giovanissimo responsabile della pagina culturale de L’Unita. Hemingway è tra i collaboratori. E poi gli incontri con Pavese: Veniva spesso a trovarmi, andavamo a pranzo a Porta Palazzo, alle Tre Galline. Mangiavamo in silenzio: lui non parlava molto, io neppure. Credo gli piacessi per quello: assecondavo il suo silenzio. A Michele Garrì, di Paese sera, che a metà anni ottanta lo va a trovare a Tropea, dice: Andai all’Unità nel ’46…Con Davide Lajolo nacque subito una sincera amicizia. Abbiamo dato origine ad una delle più belle terze pagine. Si lavorava anche diciotto ore al giorno. La più grande emozione fu quando mi diede in consegna gli originali dei Quaderni di Gramsci.

Il lungo sguardo
Il cinema

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Riso Amaro, 1949, regia di Giuseppe De Santis

E il cinema? Tutto comincia da un incontro con Carlo Lizzani e Giuseppe De Santis, interessati ad un’inchiesta del giornalista Raffaele Vallone sulle mondine di Vercelli. De Santis le aveva viste e sentite quelle donne lavoratrici, alla stazione di Torino, di ritorno da Parigi, e si era incuriosito. Poi la chiacchierata a L’Unità e l’interesse diventa un soggetto cinematografico. Nasce così Riso amaro, 1949, capolavoro del neorealismo. Protagonisti la stupenda Silvana Mangano, Vittorio Gassman e lo stesso Vallone. De Santis si convince dopo averlo sentito recitare gli amati versi di Garcia Lorca. E così comincia la carriera di grande prestigio, Il lungo sguardo europeo e hollywoodiano. De Santis lo dirige ancora nel film Non c’è pace tra gli ulivi. Sul set de Il cammino della speranza di Pietro Germi incontra la bella e brava Elena Varzi, che diventa sua moglie. I due sono tra i protagonisti di Cristo proibito di Curzio Malaparte.

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Raf Vallone e Elena Varzi – Cristo Proibito, 1951, regia di Curzio Malaparte

E ancora regie di Lattuada, Zampa, John Huston, De Sica, Risi, Francis Ford Coppola. Spiccano Teresa Raquin di Marcel Carné, accanto a Simone Signoret e, dopo il successo a teatro, Uno sguardo dal ponte diventa anche un film diretto da Sidney Lumet.

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Uno sguardo dal ponte, 1962, regia di Sidney Lumet

Tanto cinema, che ha sempre amato, ma il palcoscenico gli ha dato soddisfazioni particolari. Anche come regista di classici, autori d’avanguardia e di opere liriche. In tivù, intervistato da Luciano Rispoli, ha detto: Il teatro è una di quelle malattie che, quando penetrano nell’organismo, non lo lasciano più.
Anch’io lo ricordo entusiasta e concentrato per Luci di Bohème, produzione della Cooperativa teatro Sardegna nel 1984. Arrivai in leggero ritardo per l’intervista e lui mi rimproverò bonariamente. Poi ho letto che teneva molto alla puntualità. Lo richiedeva la sua vita piena e spesso frenetica: cinema, teatro, giornalismo, passione politica.

Il lungo sguardo
Artista e intellettuale

Un uomo con una marcia in più, un profilo culturale di grande spessore, che sarà presto raccontato in un documentario. Raf Vallone è morto il 31 ottobre 2002. Sua moglie Elena Varzi è scomparsa il primo settembre 2014. Una storia durata più di cinquant’anni. Hanno avuto tre figli: Eleonora e i gemelli Saverio e Arabella.

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Arabella Vallone

Al telefono Arabella ricorda: Mio padre, un intellettuale prestato al cinema e al teatro. Ha incarnato, con i suoi personaggi, soprattutto nel periodo del neorealismo, i valori di libertà, onestà, giustizia, antifascismo. Mi manca, mi mancano le sue poesie recitate al mattino. Per allenare la memoria, diceva. In realtà era pura bellezza, come un mantra. Ho sempre avuto grande affinità con mio padre. Mi diceva: sei un tesoro non ancora saccheggiato.
Forse è questo il segreto di un artista come Raf Vallone: la capacità di riconoscere il talento e di alimentarlo con l’intelligenza del carattere. Ha detto Peter Brook, sette anni fa, intervistato da Anna Benedettini di Repubblica: Il vero attore, l’attore che ti ricorderai per tutta la vita, è l’attore o il cantante o il ballerino che ha luce, una luce che entra in ogni dettaglio della sua performance. Tutti sappiamo che Sarah Bernhardt aveva brillantezza esteriore, stravaganza, ma Eleonora Duse era luce interiore. È una vita che c’è.
La vita di Raf Vallone. Il lungo sguardo, la luce dell’artista intellettuale.

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Raf Vallone e Elena Varzi

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