L’ultimo foulard l’aveva fatto scivolare sui capelli, lunghi e leggermente ondulati, con una frangia capricciosa che s’offriva al mondo, rifiutando la protezione di quel magnifico drappo. Genevieve sapeva di non essere perfetta, in ordine, ma, sebbene non fosse più giovanissima, aveva conservato e anche affinato l’ansia di ribellione dei suoi vent’anni. Il marito, i figli, la famiglia, il lavoro, l’avevano resa una donna perfettamente attrezzata ad aderire al principio di realtà, a osservare le regole, ad assumere le responsabilità, ma ogni tanto si lasciava trascinare dalle ali della follia, dalle vertigini della disubbidienza. E tutto questo si esprimeva nelle grandi decisioni, nelle scelte importanti della vita, ma le tracce, i segnali, erano lì, negli affascinanti, quasi impercettibili particolari, che venivano dalle espressioni del viso, dai linguaggi del corpo e, perché no, dall’abbigliamento volutamente trasandato, ma non troppo, di un’adolescente cresciuta chiamata Genevieve. Odiava, Genevieve, tutto quello che era smaccatamente alla moda. Le piacevano gli abiti vintage, anni venti e cinquanta, allo stesso modo in cui adorava i vecchi libri delle bancarelle sul lungosenna. Lì suo marito aveva visto quel pazzo manifesto in cui un Gerard Philippe invasato si alimentava di storie e racconti, mangiava proprio le pagine e esclamava: “Devorez des livres. Mieux qu’un cadeaux un livre!”. Era la sintesi di un immaginario: Gerard che interpretava Modigliani, Gerard “Fanfan la Toulipe”, accanto alla Lollobrigida. Non aveva potuto fare a meno di acquistare quel manifesto, di appropriarsi, con una metafora, di tutto il cinema francese.
Per le strade di Parigi avevano fatto strani incontri; un sosia di Hemingway, una donna che sembrava dipinta da Picasso, uno che fumava la pipa come il commissario Maigret nell’interpretazione di Jean Gabin.
Poi l’apparizione. In un’adorabile boutique dell’Ile Saint Louis, Genevieve aveva visto quell’ultimo foulard. Ne faceva collezione. Li indossava come pareo, come gonne, come sciarpe che le avvolgevano le spalle, come decorazioni per borse improbabili, come fazzoletti per asciugare le lacrime, come bende per colorare le inquietudini quotidiane che – ormai lo sapeva – avevano solo bisogno di un piccolo aiuto, di una gonna rossa a fiori o di un capello viola. Ma quel foulard parigino era molto di più, era una bandiera attraversata da bianchi perfetti e neri assoluti, erano corpi e visi e linee tracciate da mani ferme, esperte, eppure vi s’intravvedeva il tarlo dell’esitazione, dell’irrisolutezza, come fosse stato un capolavoro abbozzato, un’opera non compiuta. Genevieve ci ritrovò i germi che si portava addosso da una vita. I germi della ribellione, dell’inesausta ricerca di sé, della giusta distanza dalle leggi della lusinga e dell’ossequio. Suo marito, che la conosceva bene, capì e le disse:”Cosa aspetti?” E l’incanto si trasformò nel possesso di quel soggiogante, misterioso, oggetto del desiderio. Dal foulard ora la guardava un’Anna Magnani così espressiva e indecifrabile, che sembrava la protagonista di un film di Buñuel. E alla fine fecero la somma di quella giornata: bianco e nero, un pò di colore, un ritratto, un foulard. È già l’Intreccio di un film, naturalmente ambientato a Parigi.

 

( Foulard creato da Stefania Morgante )

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