Smorfia del labbro. Rotear di braccia. Passo dinoccolato. Sono io. Sono il mimo. Simon. Di poche parole nella vita. Sul palco silenzio assoluto. Sono il protagonista. Il più grande. Simon il mago. Simon il rullo compressore. Simon il maestro.
Lavoro in tutto il mondo, ma ho cominciato a Parigi. Gli inizi sono importanti. Le frasi pure. Quelle che ti balenano nel cervello, che trasmetti senza declamarle, neanche sussurrarle.
Ho cominciato come statua vivente. Immobile. Dipinto di bianco. Sguardo stupido più che stupito. Place de la Concorde. Place de Voges. Ma preferivo Place de la Bastille, la piazza della Rivoluzione. Per la sua vicinanza al cimitero monumentale di Père-Lachaise. Mi sentivo protetto da quei sepolcri. La mia arte traeva giovamento dalle urne abbandonate dei Pari di Francia. Dalle tombe dei grandi scrittori, degli attori, dei cantanti pop. La mia arte s’abbeverava alla fonte della storia e della cultura.
Ne feci tesoro quando passai alla fase successiva. Disturbatore muto sugli autobus. Provocatore pacifico di un pubblico urbano, per lo più contrariato dalla mia presenza. Ma c’era anche chi m’ignorava, chi faceva finta di niente. E io avevo la stessa divisa: il volto dipinto di bianco. Ma cominciavo a muovermi, a strabuzzare gli occhi, a mimare.
Mi notò un impresario. E fu subito successo. Cominciò la mia avventura sul palco. In tutto il mondo. Davanti a migliaia di spettatori. Smorfie. Gesti. Invenzioni. Io ho dimostrato che il teatro non ha bisogno di parole. Non ha bisogno di suoni. Basta l’immagine, il segno, la scena, l’espressione. Linguaggio universale. E sui miei spettacoli veglino i talenti dei grandi artisti, le anime perdute dei Pari di Francia.

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