E allora Maria Luisa lasciò la Svizzera. Niente la tratteneva più a Basilea. Il fatto è che la parola emigrata non rientrava nel suo vocabolario. Le leggi razziali, l’oppressione nazifascista  avevano costretto la sua famiglia a prendere la strada dell’esilio. Una famiglia che non aveva percepito il pericolo di vita perché di ebrei non praticanti, ebrei che – si può dire – non sapevano più di essere ebrei.
Ci pensarono le SS a portarli sulla via del ricordo, una sveglia assai brutale. L’imboscata nella vecchia casa d’un paese dolce, scenografico e sonnecchiante. Terre, campagne, fitta rete di contrade d’Italia sottratte alla grande Austria, dopo il crollo dell’Impero.
Lì, dove il mito dei caffè in cui è lieve il tempo, dove il valzer, a memoria, batteva il ritmo della storia, i tedeschi, gli amici di un tempo diventati nemici, presentarono il conto un giorno qualsiasi, un giorno cominciato prima dell’alba. Prima che Ernesto, il fratello di Maria Luisa, pianista, intellettuale raffinato, potesse anche solo pensare di mettersi in salvo,  l’ingiustizia era fatta.
Lo presero ch’era ancora frastornato dal sonno, dagli incubi che da qualche tempo popolavano il suo dormiveglia. Lo presero e lo misero su un treno,  diretto in Polonia, Auschwitz.
Fu per un caso che Maria Luisa e i genitori riuscirono a salvarsi, breve soggiorno nella riviera romagnola, Milano Marittina. Alloggiarono in un albergo elegante, cinque stelle, che s’affacciava al mare. Maria Luisa era un’adolescente timida, quando sulla spiaggia delle sue vacanze incontrò un signore di bell’aspetto. Era uno psicologo di scuola freudiana, che prese a cuore l’animo tormentato della piccola Maria Luisa. “Resta sempre così – le disse, – non forzare la tua natura. Sii te stessa fino in fondo, umiltà e carattere, riservatezza e lunghe, piacevoli, conversazioni”.
Dall’apparente contraddizione, dagli opposti che si attraggono nascevano le gioie della vita. Maria Luisa finalmente lo aveva capito. Ma in fondo lo aveva sempre saputo. E tutto questo l’avrebbe aiutata nei momenti difficili, nell’immediatezza delle decisioni, a cominciare da quei tempi bui.
Maria Luisa con i genitori  fuggirono in Svizzera, senza passare dalla casa in cui il pianoforte non suonava più. Muto per sempre. Di quel fratello musicista non ebbe più notizie. E finì presto per non pensarci più perché a Basilea tutto era difficile per i migranti, a cominciare dalla lingua, comunicazione negata, impossibile.
Maria Luisa si rifiutava di imparare il tedesco, in casa parlava italiano e fuori si aiutava un po’ a gesti, un po’ con la fantasia. Una cultura di vecchia scuola, che la ragazza aveva appreso durante le sue vacanze a Napoli, a casa d’una zia.
Maria Luisa amava le passeggiate lungo Corso Umberto – o’ rettifilo – mangiando grandi, prelibati, pezzi di pizza Margherita. Maria Luisa amava anche Ischia e la costiera amalfitana. Spiagge e rilievi punteggiati da piante di limone, frutti giganti, mai visti, d’ un giallo intenso, molto particolare.
E poi le barche azzurro polvere dei pescatori. E gli alberghi ordinati, che sapevano di pulito, stanze ampie, baciate da un sole misurato, tutt’altro che invadente. Ristoranti dove camerieri con i guanti bianchi servivano piatti di prelibati friarielli e pesce azzurro a volontà. E caffè famosi per sfogliatelle e babà. Tutt’intorno una piccola folla elegante, i signori col cappello e abiti chiari, alla moda, le signore con l’ombrellino e lunghe gonne svasate, camicette candide ricamate in casa, il corredo delle spose.
Maria Luisa, nell’esilio svizzero, si portò dietro tutto il suo mondo e fece in modo che non l’abbandonasse mai. Se lo portò dietro anche quando tornò nella vecchia casa in Friuli. I genitori riposavano nell’antico cimitero. I loro nomi accanto a quello del fratello, un desiderio della madre, poco prima di morire. Poi il terremoto, il crollo della vecchia casa di famiglia, i morti, la ricostruzione, la rinascita.
Maria Luisa ha trascorso così i suoi primi novant’anni. E ora contempla il tempo dalla sua piccola bottega di profumi, postazione privilegiata, chiacchiera amabilmente con i clienti, non sopporta i caratteri arroganti. Perché dannarsi l’anima, dice, le buone maniere rendono la vita leggera.
In fondo è l’insegnamento dello psicologo freudiano, laggiù a Milano Marittima. Maria Luisa sarà sempre se stessa, a Napoli, in Svizzera, in Romagna, in Friuli, perfino a Cracovia. E in qualunque paese e città la sua vita intensa vorrà condurla, ora che la vecchia timidezza ha ceduto il passo a una compiuta consapevolezza e Maria Luisa ha un mondo di cultura e di pari opportunità da rivelare alle giovani generazioni.

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