E di due famiglie di pescatori


Storia di Piero.
Piero

29 giugno, San Pietro, con la morte di mio padre è una data che è stata sottratta alla nostra famiglia, è stata allontanata dalla mia vita e dalle mie consuetudini. Una gioia perduta, un foglio strappato dal calendario, senza rimedio. O forse no, forse il rimedio c’è, magari parziale, illusorio, miraggio passeggero. Ma anche un istante, un attimo d’immaginazione, può diventare un battello di sogni concreti nel mare della memoria.

storiadipiero
Cagliari


Papà Pietro – Piero – era un burbero benefico che festeggiava onomastico e compleanno nello stesso giorno. Se n’è andato una mattina di maggio poco più che ottantenne. Se l’è portato via una crisi respiratoria, provocata da un’influenza che lui per primo aveva sottovalutato. “Non farò mai il vaccino”, aveva detto,  prestando fede fino all’ultimo ai suoi propositi.
Mi chiedo spesso: chissà cos’avrebbe fatto Piero nei nostri giorni di Covid, mascherine e divieti! Lui così insofferente a regole e norme che non fossero le sue!
Una cosa è certa: non avrebbe avuto il problema del vaccino!
Per assicurarmi che fosse morto, io sollevai il lenzuolo che copriva le sue spoglie e d’improvviso vidi la faccia finalmente rilassata – distesa –  di mio padre che dormiva l’ultimo sonno. Era come tornato ragazzo, giovane e spensierato, quando passeggiava con gli amici sotto i portici di Via Roma. Sempre lì, nel salotto della Marina, con la folla rumorosa dei cagliaritani, a due passi da casa e dallo spettacolo del mare.
Piero elegante, camicia bianca, giacca e cravatta. E quel sorriso appena accennato, che però gli piegava il viso in un’espressione radiosa.

storiadipiero
Il giovane Piero (a sinistra) e un amico.


Piero aveva fatto il pescatore e l’operaio in dogana, prima della pensione. “Un gran lavoratore”, dicevano tutti. “Un gran lavoratore”, l’avevo definito io nel necrologio. E di gran lavoratori era fatta tutta la famiglia Gatto, pescatori della Marina di Cagliari, originari della Costiera Amalfitana.
Fu il bisnonno a fare il viaggio, fine ottocento, su una grande barca con parenti e amici, probabilmente alla ricerca di mari più pescosi. Ma anche alla scoperta di un’identità, come accade quando si va incontro al nuovo, all’ignoto.

Storia di Piero.
Vincenzo e Carmela

storiadipiero
Cetara


Vincenzo veniva da Cetara, dolce linea biancazzurra dalla montagna al mare. Una volta ci sono stato e ho sentito radici che mi trascinavano dentro la terra, radici che mi ha trasmesso quell’avo viaggiatore. Non so quanti Gatto ho incontrato in quel paese! Non so quanti potenziali parenti ho salutato!
Era bambino il bisnonno quando lasciò quell’angolo di paradiso. Non più di sette, otto anni. Lungo le strade del mare, famiglie di pescatori, dalla Campania dirette in Sardegna. Barche come fuscelli. C’era la piccola Carmela, la bisnonna napoletana. Anche lei non più di otto anni.  Era la stirpe dei Giordano.
Vincenzo e Carmela si sposarono a Cagliari. Giovani, fatica e felicità. Vincenzo pescava  e sapeva sussurrare alle foche. Parlava a quegli animali mitici. Atmosfera surreale, scenari fantastici.
Fiero il bisnonno,  dopo l’addio alla sua terra, ai mille colori del mare e all’ azzurro polvere di quelle piccole imbarcazioni che ancora oggi riposano sulla spiaggia candida di Cetara, come tante case provenzali. 

storiadipiero
Eccomi a Cetara


Affrontava paurose tempeste, come un guerriero in battaglia, capitano coraggioso, pronto a sacrificarsi per consorte e prole, sei figli. E nella prole c’era anche mio nonno, Attilio, da cui – primo nipote di una folta schiera – ho ereditato il nome. 

Storia di Piero.
Attilio, il vecchio e il giovane

storiadipiero
Attilio e Attilio


Nonno Attilio lo ricordo sempre indaffarato con le reti, le rammendava con un enorme ago, seduto appena fuori dal suo magazzino, in Via Porcile, un magazzino ch’era come un antro, un labirinto capace di scatenare la fantasia d’un ragazzino, una Biblioteca di Babele con montagne di reti al posto di libri.
C’erano stanze in semioscurità e stanze buie: un museo della pesca sottratto a tutti, riservato agli addetti ai lavori. C’era un cortiletto nascosto, in cui il nonno e gli altri portavano le prede più ambite, immensi abitanti della laguna. E c’erano i remi, lunghe lance di legno che sembravano fatte apposta per tenzoni marine, singolari sfide all’arma bianca.
Il nonno – gran depositario di tutti i segreti del magazzino – abitava in via dei Pisani, ma si rifugiava nel suo mondo governato dal Dio Nettuno. Riparava le maglie offese dai flutti con una capacità che veniva da una cultura patrimonio di generazioni di pescatori. Le reti erano creazioni perfette, squadrate e scure, attorniate dal rosa poroso dei sugheri circolari. Era un’opera d’arte che il maestro tessitore finiva e rifiniva. Ore, giorni, anni di lavoro, divorando la vita, fino all’ ultimo respiro.
Poco prima di morire – minato da un tumore alle ossa – Attilio il vecchio si alzava faticosamente dal suo letto, vinceva i lancinanti dolori della malattia e non rinunciava per nessuna ragione al mondo al rapporto primordiale con le sue reti. Mentre io – Attilio il giovane – che avevo così tanto ricevuto da quell’uomo in termini di affetto e scoperta del mondo – avevo smesso di parlargli. Avevo deciso ch’era già morto poiché sapevo che doveva morire. Chissà se mio padre aveva fatto lo stesso con il suo nonno di Cetara, il nonno che s’era spento cieco come Omero!

Storia di Piero.
Lessico familiare

“Jett ‘o sang”, “sta zitto”, “lascia correre”, “smettila”, ma può anche essere una ben più pesante imprecazione.
Per tanti anni ho creduto fosse in lingua sarda questo ammonimento che ancora oggi punteggia le conversazioni dei cetaresi, magari a tavola, mentre gustano delle trenette condite con la colatura delle alici, il Garum di cui gli antichi romani andavano ghiotti.
Il lessico familiare era stato contaminato e arricchito dal nonno più vecchio, quello che aveva lasciato la penisola per l’isola. Un invito popolare cristiano che deve aver animato le tavolate tra fine ottocento e primi novecento attraversando almeno cent’anni.
Un’eredità che, in qualche modo, ha impedito alla famiglia Gatto di chiudersi in una cultura strettamente regionale. La Marina di Cagliari come laboratorio aperto delle città di mare, dunque, come luogo del confronto e della memoria, che dalla Sardegna rimanda alla Costiera Amalfitana, fino a Napoli, a Bari, Salerno, Brindisi, Palermo, Genova, Venezia, Trieste. E sempre più oltre, da Nizza a Marsiglia, per raggiungere i  porti del Nord Europa, senza frontiere.

storiadipiero
Cagliari


Non so se mio padre – era il secondo figlio di nonno Attilio – e i miei zii – cinque ragazzoni grandi e grossi nati tra il 1929 e i primi anni trenta – ne fossero consapevoli. Probabilmente non del tutto. Ma si comportavano come fossero diversi dagli altri pescatori.
Diversi fisicamente: quattro di loro superavano il metro e settantacinque e, per l’epoca, era un’altezza imponente. Diversi – si direbbe oggi – per etnia: lavorava sotterranea l’ascendenza campana, anche se – a parte qualche frase – erano assolutamente sardofoni. Diversi per censo: possedevano piccoli vaporetti e pescherie, non ricchi ma con un certo senso dell’agiatezza.
I cinque fratelli Gatto erano una forza, una potenza alla Marina. Piero e gli altri – Franco, il primo, Cenzo, Gianni e Gigi – attraversavano le stradine dell’ angiporto con un’atteggiamento che rivendicava superiorità, appartenenza a un’aristocrazia del mare.
Ma l’isola felice della Marina era appunto solo un’isola e tutt’intorno cresceva una città dove si formavano i veri poteri e si accumulavano le reali ricchezze.
“Jett ‘o sang”, diceva il vecchio adagio familiare, ma era una cultura subalterna, un modo di vivere e di pensare che i tempi già avevano eroso. Una cultura che comunque, lavorando sottotraccia, naviga, nuota ancora nelle nostre acque e, scivolando tra le onde, propone il suo messaggio ricco di storia, di lavoro, di dialogo tra le città di mare.

storiadipiero
Illustrazione di Stefania Morgante


Storia di Piero.
Quel poeta, quasi di casa

Stesso naso, stessi occhi di quel ramo familiare che viene dalla Costiera Amalfitana. Lui si chiama Alfonso Gatto, io Attilio. Lui è di Salerno. Da Cetara, paese del bisnonno, son 10 chilometri. No, non credo siamo parenti. Di Gatto ce ne sono tanti da quelle parti. Ma quanto mi sarebbe piaciuto conoscere il grande poeta. Poi la notizia dell’incidente. È l’8 marzo del 1976. Esco da lezione, all’Università.  Come fosse uno di casa. C’è un numero che ci unisce, il 17: lui nato il 17 luglio 1909, io il 17 ottobre 1955. 
Eppure qui mi contraddico! A volte penso che sì, siamo parenti. Che potrebbe essere figlio di qualche fratello o cugino del bisnonno, che da Cetara si era trasferito a Salerno. È una sensazione forte, senza prove, e così voglio che resti. La fronte ampia, il profilo, son di famiglia, anche lo sguardo, gli occhi chiari come quelli di papà e del nonno. Come quelli dei Gatto di Cetara.

storiadipiero
Tra d’assi – Oreste Del Buono, Alfonso Gatto e Vittorio Sereni
giocano a carte.

Lui era un grande. Intellettuale antifascista Alfonso Gatto, e questo gli costò il carcere a metà degli anni trenta.
La sua poesia, i suoi articoli per L’Unita e Paese Sera, i suoi viaggi avventurosi al seguito del Giro d’Italia. Anche pittore. E poi l’amore per il cinema, critico e attore, diretto dall’amico Pasolini nel Vangelo Secondo Matteo e da Rosi in Cadaveri Eccellenti.
Pasolini muore nel novembre del ‘75, Alfonso Gatto appena quattro mesi dopo. Scene tragiche per due poeti, uno vittima di una brutale aggressione, l’altro di un incidente stradale. Eppure Alfonso Gatto aveva trovato modo di mettere assieme dei versi per l’amico. È poesia abbozzata, frammento, quasi da lirici greci.

Morendo Pasolini ha avuto il torto/ di non parlar da morto./ O se avesse parlato avrebbe avuto/ giustizia quel muto per/ che di lui serba parola/ forse d’aiuto/ In terra giacque la sua carne sola.

Poeta geniale e appassionato, Alfonso Gatto, uomo curioso del mondo, esploratore delle varie specializzazioni culturali, personaggio che meriterebbe più attenzione in questa nostra Italia che troppo spesso dimentica!

storiadipiero
Enrique Irazoqui e Alfonso Gatto sul set de “Il Vangelo Secondo Matteo”, 1964,
regia di Pier Paolo Pasolini.


Storia di Piero.
Cetara


“Buongiorno, Gatto”, “Buongiorno, Gatto”. Tutti Gatto. Almeno sei, sette famiglie. Un paese di duemila abitanti, ai piedi d’un monte, una spiaggia, delle barche. Un incanto. Il colore dominante è l’azzurro, direi azzurro cenere. Un pò spento. Ricorda “il postino”, con Troisi, la Cucinotta e Noiret, che interpreta Pablo Neruda. Girato tra Pantelleria, Salina e Procida. Ma i colori sono quelli. Posti che s’assimigliano. Luoghi d’accoglienza. Insomma, Porti Aperti. La gente va e viene.
Mi sono sempre chiesto perché il bisnonno, Vincenzo, abbia lasciato la Costiera Amalfitana per approdare in Sardegna. Lo immagino in una casa affacciata sul mare, colore dominante l’azzurro. È piccolo, quasi appena nato, in barca col padre. Di ritorno dalla pesca assapora le ore del riposo. E d’estate trova rifugio nelle cavità così ben descritte da Casanova nelle sue memorie. Luoghi freschi, che allontanano la calura dell’estate quando neanche i bagni di mare alleviano il disagio.
Una vita bella e spensierata. Poi all’improvviso accade qualcosa. E allora barche di pescatori verso nuovi mari, all’avventura.

storiadipiero
Cetara


Qual è la vera ragione di questa fuga? Un giallo. Dei cugini di mio padre si sono posti la stessa domanda, ma una volta a Cetara si son fatti una mangiata di pesce e hanno dimenticato la ragione del viaggio. Com’è successo a me, che a Cetara ho sentito le radici, qualcosa che mi lega alla terra e che non ha bisogno di spiegazioni. Forse basta qualche verso.

In ogni gioia breve e netta/scorgo il mio pericolo./Circolo chiuso ad ogni essere è l’amore che lo regge.

(Alfonso Gatto)

Storia di Piero.
L’altra famiglia

La famiglia del nonno materno, Efisio Podda – anch’ egli pescatore – era molto più pacata e riflessiva. Uno solo, Angelo, aveva seguito le orme del padre. Era un lavoratore instancabile : usciva in mare con le più furibonde burrasche. Suo cognato, maresciallo dell’esercito, gli aveva detto:”Angelo, sei un indefesso!”
E lui:”A chi stai dicendo fesso!”

Gli altri figli maschi – Giuseppe, Gianni, Raffaele – tutti intellettuali, il primo giornalista, il secondo chimico farmaceutico, il terzo medico. Le sorelle – Assunta, mia madre, Piera e Bonaria – avevano appreso il mestiere da maestre sarte, l’unico studio cui erano state ammesse.

In barchetta zio Raffaele – Lello – era un fenomeno. Agile, forte, andava a ritmo. Il battello quasi danzava sulle onde del porto di Cagliari fino al profilo deferente della Sella Del Diavolo. Sembrava volare spinto dalla sapienza di bicipiti allenati a incursioni marine, faticose ma anche anti stress, che zio Lello frequentava per vincere ansia, noia e polvere dei libri di medicina. Invece che passeggiare nelle stradine della Marina, lo zio preferiva girovagare nelle acque del golfo, sguardo rivolto all’orizzonte.
Eravamo io, lui e un suo caro amico, collega di studi, sempre sulla barchetta, quando la voce di  Giancarlo Dettori, grande attore cagliaritano, che recitò al Piccolo di Milano diretto da Strehler, commentò alla radio la morte di un ragazzone ch’era stato bello, vincente, talentuoso. Era il 16 agosto del 1977 e a Memphis ci lasciava una leggenda, un atleta del rock. Elvis Presley si congedava dalla vita che aveva appena 42 anni. Zio Lello intanto aveva abbandonato i remi e ancorava la piccola barca alla bitta.

Ma zio Angelo, proprietario del natante, lo rimproverava. Va bene le gite verso Sant’Elia, ma un po’ di tempo anche per la manutenzione, altrimenti la parte sommersa dello scafo si sarebbe consumata, erosa dal sale e assalita da piccole conchiglie, abbarbicate, che lo zio chiamava “denti di cane”. “Se tu sei professore di medicina – gli diceva orgogliosamente, – io son professore del mare”.
A zio Gianni invece affidava anche la pilotina, sei metri, motore entrobordo, un gioiello che, nei giorni di piatta, con un po’ di coraggio  – e zio Angelo ne aveva da vendere – ti portava fino a Villasimius.

Con la pilotina zio Lello finì in una secca, incorrendo nelle ire del fratello pescatore. Zio Gianni invece, timoniere provetto, aveva il via libera e ne approfittava per divertirsi con gli amici.

Tutti i fratelli uscivano con la barca grande e durante la pesca studiavano e scrivevano freneticamente, illuminando le pagine, nella notte,  alla luce di una pila.  


Storia di Piero.
Efisio, Fisino, Fisinu, anzi Francesco

   “La minestrina/di Bernardina/ tutta acqua/niente pastina”.  Alla mensa dei Podda,  nove tra genitori e figli, nella casa di via Sardegna, s’intonova questa simpatica canzoncina. Per la minestrina non c’erano i soldi e nonna Bernardina veniva presa bonariamente di mira.  Il seme della povertà. In generava lamentele, anzi alimentava la vena ironica.

   Nonno Efisio – Fisino, Fisinu –  che in realtà si chiamava Francesco, era stato soprannominato dal più piccolo della famiglia, Raffaele, Lello, il moschettiere per la sua divisa da casa, maglia di lana e mutande lunghe, un perfetto abbigliamento da fante del Re. Avrebbe potuto cantare la canzone del corazziere al posto di Rascel perché avevano la stessa piccola statura. Quand’era militare – raccontava – aveva assistito a uno spettacolo di magia e l’illusionista l’aveva chiamato sul palco tentando inutilmente di ipnotizzarlo. “Di dove sei?”, gli aveva chiesto. “Sono sardo”, la risposta. Il mago trasalì, impaurito, più che stupefatto. Forse aveva avuto già a che fare con abitanti dell’Isola. Forse li aveva trovati piuttosto resistenti ai suoi giochi con gli occhi e con le formule che stendevano quasi tutti. Ma sapeva quando fermarsi, lui che era abituata a non sbagliare un colpo. Decisamente sopraffatto dal nonno, contrariato, si ritirò in buon ordine come solo un professionista sa fare.

   Ricordo anche nonno Fisino mentre cuciva le reti, seduto direttamente sulla nuda terra, una gamba raccolta, l’altra distesa, con le maglie tra le dita del piede. Un virtuosismo da atleta e da performer, cosa non può fare il corpo umano! Sullo sfondo la magnificenza del golfo di Cagliari, con la sua ampiezza simile ad una grande piazza che ti apre il cervello.

Nonno Fisino era un seguace di Emilio Lussu, e ho sempre pensato che fosse lui quel pescatore che salutò il capitano della Grande Guerra, mentre lasciava Cagliari, diretto al confino di Lipari, dopo l’aggressione squadrista e l’uccisione del giovane fascista che aveva tentato di entrare nella sua abitazione. “Viva Lussu! Viva la Sardegna!”, e poi fu accerchiato da uomini armati.

Era il 1926. Lussu andava per i 36 anni, mio nonno, classe 1901, ne aveva 25. Allora il fascismo si fece definitivamente regime e, dopo aver assorbito i sardisti, si era scagliato contro gli oppositori più tenaci.

Lussu era un mito e tra i lussiani – questo è sicuro – c’era mio nonno. Di quell’ultimo saluto non ha mai parlato e dunque è probabile che la mia ipotesi non corrisponda alla realtà. Se non è vero è però verosimile che Francesco Podda possa essere stato il protagonista di quella coraggiosa scena.


Storia di Piero.
Peppe

   Zio Giuseppe, Peppe, in fondo ha continuato sulla strada del nonno: l’impegno sociale, la scelta a sinistra, la militanza comunista. Le tappe di un percorso che ha lasciato profonde tracce.

   Politica e spettacolo, letteratura e saggistica, giornalismo scritto e parlato. Tra le tante cose di cui si è occupato lo zio, una mi viene subito in mente, il cinema, quello degli anni trenta soprattutto, di cui lui conosceva centinaia di trame, cast, curiosità. Come avrà fatto a costruirsi una tale cultura?  Ho sempre pensato: bisognerebbe essere nelle camere da letto delle dive dei telefoni bianchi per conoscere tanti segreti. In realtà era frutto di una singolare combinazione intellettuale: inusuale capacità di osservazione e studio accurato dei particolari. Il tutto vedendo e rivedendo i film, leggendo e rileggendo i testi. 

   Il cinema come la politica. Un’ipotesi gramsciana, un esercizio teso a migliorare l’uomo, a fargli vivere sensazioni assolutamente non artificiali. Ma anche intuizioni popolari, da rotocalco, nessuna divisione tra culture egemoni e subalterne, nessuna soggezione da umile figlio di pescatore. Esercitava il suo intuito giornalistico dappertutto, in spiaggia ad esempio: mentre leggeva il giornale tendeva l’orecchio al vociare della famigliola con ombrellone e sdraio. Non si sa mai che ne venisse fuori qualche notizia!

Zio Peppe era una colonna, l’architrave che sosteneva lo straordinario monumento del quartiere Marina. Qui stanno le sue radici, da qui è partito il suo prodigioso viaggio che, attraverso sentieri tracciati eppure originali, lo ha portato ai vertici del giornalismo nell’isola. Un viaggio che è finito troppo presto, a 77 anni, quando aveva ancora molto da regalarci, da offrirci, da dire. Ma ancora oggi i suoi scritti, i suoi lavori, le sue fatiche costituiscono una miniera. Sono fonte di suggerimenti e di grandi stimoli per noi che giorno per giorno scopriamo la sua eredità.

Storia di Piero.
Il rito

Ore 15.  Portici di via Roma. Cinema Olympia. “Il rito”. Il giornalista che amava la Cagliari  dei tempi andati, entrava nell’oscurità della sala al “primo spettacolo”. Lui, il giornalista, aveva contagiato anche il nipote. Si sedevano nelle ultime file. E via alla vorticosa sequenza di immagini, al turbinio di  personaggi che affollavano il sogno cinematografico. Ma l’Intreccio contava fino a un certo punto. Perché il giornalista era campione mondiale d’insofferenza. Non sopportava la regola del silenzio davanti alla sacralità della pellicola. E allora dialoghi degli attori interrotti da commenti caustici, critiche sferzanti in tempo reale. E pazienza se gli altri spettatori guardavano storto. Il giornalista, impassibile, interagiva col film, lo viveva a suo modo. E poi si confrontava con l’esperto più esperto di tutti, “la maschera”, l’addetto al controllo dei biglietti, l’intrepido che con la torcia squarciava il buio.  Era lui che aveva il polso della situazione più del più raffinato intellettuale formatosi sulle lezioni di regia di Sergej Ejzenstejn. Dalla “maschera” tutte le informazioni sugli incassi del film, su età e estrazione sociale del pubblico, sull’affluenza e anche sulla qualità del prodotto. Meglio del più affidabile sondaggio. Così per dieci, cento, mille proiezioni. Così per tutta la vita, nell’incanto dell’attimo. Un linguaggio misto, interrotto, frammentato che liberava parole nuove o di nuovo senso. Un montaggio d’invenzionj che costruiva la grammatica della fantasia.

Il giornalista che amava la Cagliari dei tempi andati è Giuseppe Podda. Nato a Cagliari nel 1930, poco più che bambino aveva vissuto i bombardamenti delle fortezze volanti nel ‘43. Lo ha raccontato nei tre volumi di Cagliari al cinema (Aipsa edizioni). Dalle sue pagine una città ferita a morte, migliaia di vittime, ma anche già pronta a risollevarsi, come è accaduto dopo la Liberazione dal nazifascismo.

Figlio di pescatore, Podda abitava alla Marina, via Sardegna, e andava al cinema della manifattura tabacchi, il Due Palme. Ma gli piaceva anche L’Eden, via Roma, dove porte da saloon e specchi deformanti accoglievano ballerine e comici di varietà. Lui conosceva i nomi di tutti. Soprattutto era grande esperto di cinema anni Trenta, quello dei “telefoni bianchi”.

A ogni film abbinava trama, attori, regista, curiosità. Degli attori sardi ricordava sempre Rubi Dalma, la nobildonna di cui s’innamorava un giovanissimo Vittorio De Sica ( lo sapevate che suo padre, Umberto Efisio, era cagliaritano? ) che interpretava un giornalaio elegante e intraprendente nel film di Camerini Il signor Max. Intanto si avvicinava la Liberazione e nelle sale apparvero pellicole nuove come Ossessione di Luchino Visconti e I bambini ci guardanodello stesso De Sica. E seguì l’affresco del neorealismo. Ma è bello ricordare un film del 1962, diretto dal cagliaritano Nanni LoyLe quattro giornate di Napoli, quando la città tutta insorse e cacciò le truppe della Wehrmacht prima dell’arrivo degli Alleati. È dedicato all’undicenne Gennaro Capuozzo, medaglia d’oro al valor militare, morto con una bomba in mano, pronto a lanciarla contro i carri armati tedeschi.

Nanni Loy e Giuseppe Podda amavano Cagliari, la sua vitalità, dai bastioni di Castello alle discese della Marina, la sua volontà di rialzarsi e guardare avanti dopo la dittatura. Nel dopoguerra – la città affamata, distrutta – i cagliaritani si rimboccarono le maniche per ricostruirla: sullo sfondo la bellezza della “spiaggia quasi africana” di Giaime Pintor e, nel ricordo del fratello Luigi, “il suo vecchio quartiere arrampicato nella roccia”. Ma anche il buio della sala, il sogno impersonato dal cagliaritano Amedeo Buffa, che diventò un mito col nome della madre, Nazzari.

Ore 17. l’incanto cinematografico era finito. Il giornalista e il nipote, con i dannati del “primo spettacolo”, guadagnavano l’uscita dell’Olympia. Con passo frettoloso, s’immergevano nei portici di via Roma. Erano pronti per il prossimo film del primo pomeriggio. Per il prossimo “rito”.

Storia di Piero.
Senso comune e buonsenso

“Perché parti se poi torni”: la geniale logicità di mio padre era indiscutibile. Io l’ho criticata per decenni ma, vista la labilità delle scelte di molti viaggiatori – giovani e meno giovani – oggi penso che avesse ragione lui. Ripeteva spesso, “Chi ha tempo non aspetti tempo”. E altri adagi della saggezza popolare. L’unico che non gli ho mai sentito dire è “tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo zampino!” E nella famiglia Gatto è davvero imperdonabile! Scusa papà, ma quando penso a te, non riesco a fermarmi davanti a una battuta ironica! Che ricordi! A notte finda ci alzavamo, noi due, per vedere i mondiali del Messico. 1970, il Cagliari dello scudetto era quasi tutto in quella formazione. La rivalità tra Rivera e Mazzola.
Italia-Germania 4 a 3. Jannacci che cantava “Messico e Nuvole/Il tempo cambia con l’America”, con la sua voce stentorea e quella faccia stralunata, come di chi non sa “cosa sta facendo e dove sta andando.”Grossa crisi”, direbbe Corrado Guzzanti, ma era una crisi positiva, che volgeva al bello e ci riempiva di gioia. Io avevo quindici anni, ero appena entrato in quarta ginnasio, al Siotto, e avevo trovato la scuola occupata. Il ‘68 per me è cominciato nel ‘69. Assemblee, manifestazioni, bandiere rosse. Sergio Atzeni, non ancora scrittore e giornalista, ma leader studentesco, sollevava l’entusiasmo con frasi gridate del tipo:”Le nostre bandiere sono rosse, il colore del sangue dei compagni uccisi.” Era l’anno di Piazza Fontana e di trame oscure dei fascisti, mentre Pinelli cadeva dalla finestra della questura di Milano e Valpreda finiva in carcere. La falsa pista anarchica, costruita da chi voleva far tornare indietro l’Italia, anche a costo di colpi di Stato. Noi a Cagliari facevano manifestazioni anche con diecimila studenti e operai, Dal rosso al rossoblu all’azzurro. Dalle folle della protesta politica alle folL e del calcio. Gli azzurri, già nel ‘69, erano sbarcati in Messico per tastare i campi e soprattutto per provare a giocare in altitudine, in vista dei mondiali dell’anno successivo. Il campionato si era fermato, ma il Cagliari già vinceva e s’intrsvvedeva la strada impossibile di uno scudetto che avrebbe fatto saltare in aria l’esclusiva di Milan, Inter e Juventus. Ancora prima della vittoria, passeggiavo sotto i portici di Via Roma a un metro da terra. Se vedevo turisti, li fissavo come per dire:”Ehi! Siamo primi”. Ma loro pensavano alle grandi e si mondiali. Già i mondiali. Chisssà se Manlio Scopigno, l’allenatore filosofi, li ha visti a quell’ora di notte.ha visto quei mondiali. Famosa la frase del mister rossoblu alla Domenica Sportiva:”Chi è veramente Manlio Scopigno? Uno che in questo momento ha sonno.” Anche papà scoppiò in una risata a quella battuta straniante, probabilmente non così lontana dal suo ferreo buonsenso.

storiadipiero


Nonno Attilio dormiva nella 1100 familiare. Era bianca, spaziosa. Eravamo tutti in campeggio, attrezzati con grandi tende. Ma lui preferiva la sua auto. Abbassava i sedili posteriori, infilava un materassino e chiudeva gli occhi beato, ronfando dal naso adunco dei Gatto. 

   Era il 1969, l’anno dello sbarco sulla luna, e noi vedemmo gli astronauti dalla pineta di Santa Margherita di Pula. Le voci di Tito Stagno e Ruggero Orlando facevano da colonna sonora alle nostre vacanze. 

   SEI

   Zio Gigi veleggiava leggero sulla sua lambretta. Il più giovane dei fratelli Gatto era alto un metro e ottanta. Un gigante. Era l’immagine stessa degli anni sessanta, quelli scanzonati, spensierati, lontani mille miglia dalla politica.

   Zio Lello – il più giovane dei Podda – pur non disdegnando le piacevolezze della vita, aveva fatto altre scelte. Ricordo la marcia pro Vietnam in cui mi aveva trascinato: io quasi bambino, assieme ai liceali, dal centro di Cagliari al palazzetto dello sport. “Compagno Gatto, avanti”, “Un attimo compagni, devo tirare il fiato”.

Zio Peppe il fiato non lo tirava mai. Senza un attimo di sosta, senza tregua, senza una pausa, tutto frenetico ma non casuale alla redazione cagliaritana dell’Unità. Un pezzo dietro l’altro, un affastellarsi di parole, ma lui si fermava un attimo prima del caos e, come d’incanto, nascevano pagine dinamiche, ricche di fatti, di inchieste, zeppe di osservazioni originali della realtà. 

   Ma la sua vitalità, la sua umanità, non possono essere confinate – ghettizzate – nella dimensione giornalistica. Ho già detto del cinema. Ugualmente importante è il legame profondo con la sua città, con il suo quartiere, con la sua cultura familiare. Un legame ch’egli non ha voluto mai spezzare, anche quando gli hanno proposto di trasferirsi a Roma. Ha rifiutato senza pentirsi, senza guardarsi indietro.

   È che il rapporto con Cagliari, con la Marina, con la stirpe dei Podda, era molto forte, inscindibile, d’un metallo di purissima lega. 

   Articoli, film, cultura popolare: tutte estensioni del suo famoso brutto carattere, capace di micidiali maltrattamenti, ma anche di insospettabili indulgenze.

   SETTE

   Prima nero – come il petrolio, – poi blu, azzurro e verde. Era Il mare, visto dal vaporetto di nonno Fisino, nel tragitto dal porto alla spiaggia del Poetto. 

   Che viaggi! Che gite esclusive, per pochi eletti! E quanto era ambita la barca del nonno! I bagnanti ne facevano un trampolino per i tuffi, meglio dello yacht di Onassis.

   I miei zii portavano i loro amici intellettuali di diverse estrazioni e nazionalità. Ci sentivamo dei privilegiati, umili sì, ma anche fieri di appartenere alla schiera di chi è capace di attrarre l’attenzione con la propria cultura, con il fascino delle idee.

   Quanto stupore a sentir raccontare le storie di queste due famiglie! Che meraviglia quando vidi la barca di nonno Attilio tornare in porto con un carico colossale di aragoste! Nella stiva, in coperta, nella cabina di comando: quei prelibati e pregiati crostacei erano dappertutto. Una montagna, una miniera sottratta al fondo del mare. 

   Così una giornata di vacanza – una gita a Villasimius in vaporetto – si era trasformata in una redditizia pesca miracolosa. Il duro mestiere del mare – che spesso piangeva le sue vittime – a volte aveva le sue soddisfazioni.

   E poi vennero le pescherie. Quello era il regno di zio Cenzo e zio Gigi, mentre zio Gianni aveva un box al mercato di Santa Chiara, uno dei più antichi della città.

   Si alzavano ogni mattina alle quattro per contrattare i prezzi all’ingrosso. Una vita sacrificata, anche se ben compensata dai guadagni. Io li immaginavo come degli eroi. 

   Altri eroi solcavano i mari, al prezzo di inenarrabili fatiche. Tra questi c’era Piero, mio padre, e suo fratello Franco, il maggiore dei Gatto. Era insoddisfatto Franco, non gli bastava il mare, leggeva, aveva aspirazioni intellettuali. Avrebbe potuto essere il protagonista di un romanzo di Hemingway o anche di un racconto di Franco Solinas, Squarciò, da cui fu tratto un film diretto da Gillo Pontecorvo e sceneggiato dallo stesso Solinas.

   OTTO

   No, non mi piaceva il pesce. Era una specie di rivalsa contro la famiglia, ma mangiare triglie, aragoste e calamari appena pescati, alla tavola del nonno, quella sì,  era tutt’altra cosa. Certi piatti da fare invidia al più stellato dei ristoranti. I calamari erano morbidi e tondi, le triglie croccanti e rosate, le aragoste erano semplicemente aragoste, senza aggettivi. Chi mai avrà avuto la fortuna di fare un’esperienza del genere – pensavo, – di toccare il cielo con un dito.

   Mi sentivo alla mensa del Re, coccolato e accudito come il più gradito e potente degli ospiti, un marchese o un principe di passaggio cui far assaggiare le prelibatezze del luogo. Ma io in realtà le assaggiavo tutti i giorni – triglie e calamari fritti come caviale e champagne – perché tutti i giorni mangiavo a casa del nonno.

   Ero il nipote più grande, avevamo lo stesso nome, tra noi due non poteva non esserci un rapporto speciale. Insomma, mio padre e mia madre mi avevano quasi perso.

   Ora devo precisarvi che nonno Attilio era analfabeta. Nato nel novecentotre, l’avevano praticamente buttato in mare: non sapeva né leggere né scrivere. Aveva definitivamente rinunciato – diciamo così – alle lettere, ma questo non gli aveva impedito di essere un imprenditore capace di trasformare il lavoro in mare in case e pescherie. Era un uomo moderno a tutto tondo, in grado di usare gli strumenti che la vita quotidiana gli offriva.

   Non solo le reti e la barca, dunque, ma anche l’automobile. Via, a tutto gas, per le strade del mare. Via, sulla famosa 1100, che all’occorrenza si trasformava in giaciglio delle vacanze.

   Mi dissero che era spericolato, solo dopo che mi portò a bordo decine di volte. Io, confesso, non me ne sono mai accorto: al suo fianco mi sono sempre sentito sicuro. Era mio nonno, il primo eroe.

   Sua moglie, nonna Margherita, me la ricordo già anziana, in spiaggia, mentre faceva il bagno in vestaglia. Un pò di qua, un pò di là, quasi danzava sull’acqua.

   L’immagine plastica di una donna diafana, ritratta da un impressionista.

C’era spazio anche per questo alla Marina. 

   E poi c’era nonna Bernardina. Nessuno le teneva testa perché nonna Bernardina era nonna Bernardina. Nonno Fisino era il braccio, lei era il cervello economico-finanziario dei Podda. 

   Terziaria Francescana, aveva cresciuto i sette figli – quattro maschi e tre femmine – nel timore di Dio. E loro l’avevano tenuto da conto, ma questo non aveva impedito a Giuseppe di intraprendere la strada del comunismo e – sulle sue orme – agli altri di frequentarla con i fatti o almeno nella cabina elettorale. 

   Nonna Bernardina lavava i pavimenti delle chiese, era devota di Santa Rita cosicché le barche di nonno Fisino si chiamarono tutte Rita. E si chiamò Rita anche la barca di zio Angelo, che con lo stesso nome, battezzò sua figlia, mentre suo figlio lo chiamò come il nonno. Francesco, Francolino. 

Nonna dunque era cattolica fervente ma ripeteva:”Voto PCI”. Promessa che sollevava più di un dubbio.

   La nonna era stata abbandonata alla nascita e affidata a una famiglia adottiva. Un giorno si presentò la vera madre ma lei non ne volle più sapere. Cattolica sì, ma il perdono i cristiani dovevano meritarselo. 

   Era dotata di un fiuto innato per gli affari. Comprava case, ma a volte se le lasciava sfuggire per un nonnulla, per una manciata di lire.

   Nonna era fatta così. Nessuno sconto nella sfera del denaro e degli affetti.

   NOVE

   I limoni della costiera amalfitana, belli, grandi, profumati.

Alla tavola dei Gatto non c’era niente di simile. Sardi, completamente integrati. Nessun rimpianto per gli antenati, quasi fossero nell’isola da sette generazioni.

   Io ho progettato per anni di porre rimedio a tutto questo, andando alla ricerca della storia dei miei avi negli archivi delle chiese e del comune di Cetara. Poi ho pensato che tutto sommato hanno avuto ragione quei cugini di mio padre: arrivati nel paese del bisnonno,  si sono fatti una bella mangiata di pesce e poi l’oblio!

   È quello che è accaduto a me: niente nozioni, albero genealogico, mi sono accontentato delle sensazioni e, naturalmente, delle triglie e dei calamari della costiera, conditi col succo di limoni mai visti al mondo.

   Quasi un ritorno all’infanzia, un richiamo a radici ancora più lontane, senza voler peraltro fare analisi razionali della propria storia familiare.

   DIECI

   La pescheria di zio Cenzo era tra le più chic della città. Via Dante, centralissima, clientela selezionata. Oggi si direbbe trendy. Perfino triglie e orate – ancorché esanimi sul bancone – sembravano darsi un certo contegno. Sua maestà l’aragosta si faceva trovare nella vasca solo su prenotazione, su appuntamento. Apprezzabili le piroette delle anguille. Nessun pesce – di pregio o no – si permetteva di dare del tu ai clienti. Tutti molto cortesi i cittadini del mare, muti. Una fauna di surreale sensibilità.

   UNDICI

   Matrimonio da favola per mio padre e mia madre. Basilica di Bonaria, centinaia di invitati, come una coppia bene della città, per l’unione che doveva sancire il legame dei Podda e dei Gatto.

   Matrimonio da favola, e poi andarono a vivere in un basso senz’acqua corrente. Via Porcile, di fronte al mitico magazzino del nonno: io sono nato lì nel 1955, esattamente nove mesi dopo quello scenografico sposalizio.

   Nato in via Porcile, con l’aiuto della levatrice, lontano dagli agi delle cliniche specializzate. Lo confesso: me ne sono sempre vergognato. Ma non ne avevo alcuna ragione, come non avevo ragione alcuna di lamentarmi dell’abitazione seguente, in via dei Pisani. Era una casa disadorna, arredata poveramente e alla rinfusa, tutto il contrario del gusto borghese dei miei compagni del liceo. 

   Non ho mai perdonato a mio padre quell’accozzaglia di vetri multicolori alle porte, eppure nel tempo ho imparato a considerarli degli straordinari mosaici pop.

Piero Gatto come Andy Warhol, c’è da non crederci. Non era certo un rivoluzionario. “Mai lasciare la strada vecchia per la nuova”, ripeteva. Un tipo prudente Piero Gatto, un tipo molto all’antica. Anche un pò inquieto, tendente a leggere depressioni, ma ogni tanto si risvegliava e cantava canzoni dai motivetti grondanti di buonumore:”La vita è bella, me la voglio godere”. In fondo era un uomo facile: breve il passo dalla mestizia alla felicità.

   Do dici

Mia madre giovane, poco più che ventenne, sulla spiaggia del Poetto. È bellissima. Io gioco con la sabbia, incurante di tutto. Al vento i boccoli di mia sorella.
Vorrei fermare il tempo in quel momento!

Storia di Pero.
Ciao Piero, ciao Papà.

E qui voglio concludere da dove ho cominciato.
No, non dirò Papà dovunque tu sia ecc., ma a costo di essere retorico sì, mi rivologo a lui.
O Piero, perché parti se poi non torni? Chi ha tempo non aspetti tempo, Piero. Ma se parti il tempo cambia. Sì dilata o si restringe in ragione dello spazio e dei nostri pensieri, delle nostre sensazioni che vanno e vengono. Il tempo e lo spazio che ci hanno così sorpreso nei giorni del virus. Ma tu Papà, probabilmente te la ridi, come per quell’influenza che davvero ti ha fatto partire per sempre e ci ha sottratto la bella data, la straordinaria giornata del 29 giugno, il giorno dopo il mio onomastico. Tu te infischi perché altro che virus con le bombe del ‘43 che hanno terrorizzato e ucciso, nella Cagliari distrutta dal furore degli aerei alleati. Tu papà sei stato ferito da una scheggia di bomba, e i nonni non ti trovavano, ti pensavano morto. Poi il sospiro di sollievo, eri in ospedale, non eri grave. Avevi 13 anni, ma non avevi paura, Eri tranquillo a letto, riposavi. E voglio pensare papà che anche ora riposi, sereno, disteso, come il tuo viso che ho visto per l’ultima volta quando ho sollevato quel lenzuolo bianco. E tu sembravi scivolato lentamente nel sonno, magari mentre leggevi un giornale. E da un momento all’altro, solo se avessi voluto, ti saresti svegliato. Ma quanto hai lavorato! Che vita faticosa! È giusto Papà che tu riposi. Ci vediamo quando tu vorrai. Noi siamo qui, ti aspettiamo, ti pensiamo e pure ti vediamo tutti i giorni, tutto il tempo che al mondo ci sarà stato dato. E mi raccomando, non fare il testardo, non dare retta al tuo buonsenso, torna anche se sei partito!

Condividi su facebook
Facebook
Condividi su twitter
Twitter
Condividi su linkedin
LinkedIn

Lascia un commento

Post Recenti

Post correlati

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi