Il rifiuto della rappresentazione che si rifugia nell’io, nella soggettività, per allontanare il teatro è il patrimonio dell’artista che non è attore, o perlomeno non lo è soltanto, non si fa confinare nella dimensione della scena naturalistica, borghese, impedendo la comunicazione. Tutto questo è un delirio, è non concedersi, non darsi agli spettatori attoniti ma attenti, un amplificare il tono, i timbri, i registri, alla maniera dei greci, che s’innalzavano mischiando suono e immagine, allontanando la realtà e andando incontro alla finzione, un po’ come Brecht aveva teorizzato lo straniamento, un prendere le distanze da sé stessi, dal personaggio che s’affaccia al proscenio per concedersi al pubblico in forme sempre nuove, creative, sorprendenti, forme che impazziscono, che non accettano il teatro digestivo, che si concedono sempre di sbieco, mai di fronte, rifiutando le piatte imitazioni caricaturali, come diceva Gramsci, stavolgendo il triangolo – lui, lei, l’altro – geniale invenzione di Pirandello e dei grotteschi, come nella maschera e il volto, come quando Marinetti, insieme a Cangiullo, mentre Sant’Elia moriva in guerra, declamava parole in libertà nelle folli serate futuriste e distruggeva il chiaro di luna. Così Carmelo Bene guarda al futuro, conservando la tradizione, le voci immortali di Memo Benassi, Eleonora Duse, Ruggero Ruggeri, Totò, Eduardo, Peppino, Petrolini, che con le loro maschere hanno costruito linguaggi nuovi, cantilenanti, scene buie e soffuse, grammelot, ricchi di sarcasmo e cattiveria, Questa è la concezione di un teatro capace di dare consistenza a figure assolutamente sincere, non burattini senz’anima, come auspicava Gramsci, quando faceva il critico teatrale dell’Avanti. Gramsci, giovanissimo era già politico, nel senso di una politica mediata da un teatro distante, che fa riflettere senza il bisogno di proporci rivoluzioni, impraticabili dentro lo spazio scenico. L’impossibilità della tragedia, il sarcasmo, la farsa, la deformazione della realtà. Ce lo ha insegnato Dario Fo che nel mistero buffo inventò una musica, una lingua che veniva dalla cultura delle sue terre lombarde, dei cantastorie, dei giullari, che irridevano al potere. Un teatro intriso di santità, di sacre rappresentazioni, che rifiutano il mondo per stare nell’aldilà o nell’aldiqua. È questo il mistero della vita che i grandi ci propongono, facendo riferimento a Shakespeare, a Leopardi, a Nietzsche, a Platone, ad Artaud, a Baudelaire, Oscar Wilde, Pasolini, Gassman, a Marlon Brando, a Gino Cervi, a Ernesto Calindri, ad Alberto Lionello, a Gigetto Almirante, a Walter Chiari, Carlo Campanini, a Mariangela Melato, a Franca Valeri, Lina Volonghi, Paolo Stoppa, Visconti, Rina Morelli, Paolo Panelli, Bice Valori, Gigi Proietti, Yves Montand, Simone Signoret, Salvo Randone, Paola Borboni, Anna Magnani, Strehler, Ronconi, Stefano Massini, Fellini, De Sica, Bertolucci, Sorrentino, Servillo, Rossellini, Woody Allen, Roman Polanski, Stanley Kubrik, Charly Chaplin, Frank Capra, Stan Laurel, Oliver Hardy, Buster Keaton, i fratelli Marx, Paul Newman, Steve MacQueen, Robert Redford, Jane Fonda, Spencer Tracy, Humpry Bogart, Ingrid Bergman, Ingmar Bergman, Gérard Philippe ehe bruciò la sua giovinezza e ci piace ricordarlo nei panni di Modigliani, Fanfan la Tulipe, o mentre mangia libri in un vecchio manifesto comprato nei mercatini del lungosenna, per andare oltre verso Montgomery Clift e un ribelle come James Dean. Questi oggi sono i nostri compagni di viaggio, quelli che ci indicano la strada dell’arte che trasforma il mondo e da un senso assolutamente originale, gioioso, visionario, al nostro cammino, alla nostra vita.
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Attilio Gatto
Nato il 17 ottobre 1955. Giornalista, ha lavorato per l’Unità, Paese Sera e alla sede Rai per la Sardegna. Si è laureato in lettere all’Università di Cagliari, con una tesi in storia del teatro.
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