Penso che i film di Woody Allen – il volto struggente di New York, i dialoghi dell’assurdo quotidiano, le stupefacenti invenzioni linguistiche – resteranno per sempre nell’immaginario collettivo. Più di tutti ho amato “Io e Annie”.1977. Ero poco più che ventenne. Come dimenticare la scena della fila al cinema, col semiologo saccente che parlava di Fellini e McLuhan, e proprio quest’ultimo che all’improvviso compariva in un graffiante cameo, smentendo il tuttologo. Che soddisfazione! La smorfia beffarda di Woody Allen era la nostra. E il corteggiamento con Annie (Diane Keaton). Poche timide parole tra i due, ma le scritte erano irresistibili perché rivelavano anche i pensieri, la sequenza delle frasi trattenute che scatenava risate e passioni. E poi il monologo finale:”E io pensai a quella vecchia barzelletta… Sapete? Quella dove uno va da uno psichiatra e dice: “Dottore, mio fratello è pazzo: crede di essere una gallina.”. E il dottore gli dice: “Perché non lo interna?”. E quello risponde: “E poi a me le uova chi me le fa?”. Beh, credo che corrisponda molto a quello che penso io dei rapporti uomo-donna. E cioè che sono assolutamente irrazionali, e pazzi, e assurdi, ma credo che continuino perché la maggior parte di noi ha bisogno di uova”
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Attilio Gatto
Nato il 17 ottobre 1955. Giornalista, ha lavorato per l’Unità, Paese Sera e alla sede Rai per la Sardegna. Si è laureato in lettere all’Università di Cagliari, con una tesi in storia del teatro.
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