Ogni volta che si voltava vedeva il suo passato, vedeva il mondo. Era un sognatore Arcangelo Evangelisti. Girava e rigirava la sua vita come fosse un film. E diceva, a tutti diceva:” Vorrei tanto fosse una bella commedia artigianale, odio gli effetti speciali.”
Arcangelo era cotto di Giorgia, lui 33 anni lei otto di meno, lui impiegato di banca libero pensatore lei sartina dalle suore con il pallino della matematica. S’erano conosciuti al cinema, una serata con gli amici, una pizza e poi il gusto di un finale di partita molto affettuoso.
Giorgia Veroheven tradiva l’origine nordeuropea danese non solo dal nome ma dalla pelle chiara, da una cascata di capelli biondi, dall’altezza ( raggiungeva il metro e ottantadue, Arcangelo si fermava a uno e sessantotto). Era bella Giorgia, un viso perfetto, ritratto impressionista, illuminato da occhi d’un azzurro soffuso, tenerissimo.
Arcangelo ne andava fiero. Giorgia era quella parte del suo sogno già realizzata. Molto – era naturale – restava da fare. Sicuramente non sarebbe rimasto dietro uno sportello, lavoro che gli aveva procurato uno zio bancario, uno zio che gli aveva trasfuso anche il “vizio” del cinema. Avrebbe spiccato il volo un giorno, non sapeva quando ma era certo che sarebbe accaduto. Prefigurava il suo “fulgido avvenire” – così lo chiamava – e lo sceneggiava come una commedia fantastica di Frank Capra. Non rifuggiva dalla realtà, ma se ne teneva a giusta distanza. Con occhio critico, sorvegliava il mondo e il mondo gli ricambiava la sua condiscendenza senza troppo accanirsi con i suoi barbari rituali e con le sue vigliaccherie quotidiane. ” Se li conosci non ti uccidono”, pensava Arcangelo, mentre osservava lo spettacolo della natura.
L’alba rosseggiava sulla città e i merli popolavano il viale drappeggiato di foglie giallastre. L’autunno, con le sue atmosfere, si era impadronito di luoghi e coscienze. Il cielo era livido ma aveva una sua grande bellezza, un suo spregiudicato modo di esprimersi, di concedersi agli estimatori. E Arcangelo era uno di questi. Non amava mare, sole, sale e sabbia. Si rallegrava vedendo nuvole nere, basse e minacciose. “Sono come me”, diceva, “indubitabilmente presenti, si notano per la loro tragica singolarità e per i colori che offre l’assenza di colore. Un fascino che si concede a pochi, quasi a nessuno”.
Aveva un impermeabile bianco, lungo, alla maniera del tenente Sheridan, il bavero alzato e un cappellaccio cavato sugli occhi. Improvvisamente si mise a piovere ma lui non aveva paura di quattro gocce, tirò avanti, aveva un appuntamento con Giorgia e per niente al mondo avrebbe mancato. Era tanto felice che quasi camminava sulle acque.
Giorgia lo aspettava non troppo distante, sul viale della stazione, riparata sotto una tettoia, l’ombrello in mano e lo sguardo al cielo. Si chiedeva se sarebbe mai arrivato, era già in ritardo di mezz’ora, quando vide un’ombra avvicinarsi con passo dinoccolato nella sua direzione. Arcangelo non disse nulla, stampò un sorriso cinematografico e insieme – lui e Giorgia – s’immersero in quella scena. S’immedesimarono come in un film. La gioia di incontrarsi mentre nuvole furiose scatenavano la tempesta. La pioggia riscaldava i loro cuori. Ma era verità o sogno? Si sollevò la nebbia e fu allora che passò la sagoma con la sciarpa rossa, il profilo seminascosto da un borsalino nero, a larghe tese. Disse solo una parola, “Amarcord”, prima che Giorgia e Arcangelo si baciassero, incuranti della furia del tempo, invisibili nella fitta foschia, rivolti verso un futuro ch’era già realtà nella loro fervida immaginazione.

(Fellini visto da Ettore Scola)

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