Il mare e l’infinito

Non c’è niente da fare. Passa il tempo, ma quel tratto di strada per il mare, appena superata la città, dove s’intravvede un fazzoletto di spiaggia oltre una vecchia ringhiera metallica, mi ricorda sempre mio nonno. Sì, il nonno “lanciato a bomba contro l’infinito”, alla guida della sua ineluttabile 1100 familiare bianca. Il nonno con il suo naso importante, grande e maestoso, che conferiva solennità alla sua faccia illuminata da occhi vivi, intelligenti, d’un pallido azzurro timido, lo stesso timido azzurro delle piccole imbarcazioni nello sconvolgente scenario della riviera amalfitana, dove limoni giganti rivaleggiano con gustose fritture di pesce e con magnifiche insenature su cui s’affacciano mirabili paesi alla moda che scaturiscono dalle rocce. Di lì veniva il padre del nonno, quel vecchio pescatore che io non ho mai conosciuto perché morì cieco molto prima che m’affacciassi alla vita. Eppure mi son sempre chiesto perché mai avesse abbandonato l’incanto, il paradiso terrestre in cui aveva avuto la fortuna di nascere per rifugiarsi in un’isola, attraente e selvaggia quanto si vuole, ma quasi un salto nel vuoto, così distante dal borgo natio.
Le strade del mare sono arterie create dal Dio Nettuno per uomini che le percorrono a vista, istintivamente, e non sanno di avere le mappe tracciate nelle tortuose asperità del proprio cervello. Chissà se il bisnonno ha mai visitato, nella sua fanciullezza, una di quelle grotte, quei miracoli della natura, così ben descritti da Casanova nelle sue Memorie, quelle cavità che ancora oggi offrono fresco rifugio a chi voglia ogni tanto sottrarsi alla calura baluginante della Costiera. Sicuramente ha vissuto con intensità e fatica la temperie di fine ottocento e quella tra le due guerre mondiali, un’esistenza tutt’altro che facile ma probabilmente costellata di piccole gioie a noi sconosciute. I tormenti, i sacrifici della pesca a volte spariscono di fronte al sorriso abbozzato d’un figlio o a una lieve piega che rivela tracce di soddisfazione nel viso d’una moglie dominato dalla cultura della sobrietà.
È così che il passato, le radici, s’innestano sul tuo presente, sulla rete di relazioni, affetti, abitudini che riempiono di significato la tua esistenza. È così che la storia della tua famiglia si riversa nei tuoi sogni, nel tuo sangue, senza che tu lo avverta coscientemente. Se io do un’occhiata alle mie foto da piccolo, vedo una faccia triste, ma forse neanche, piuttosto infastidita, annoiata, come di uno che abbia deciso di crearsi qualche problema col mondo. Se quel ragazzino, trafitto dalla violenza del sole d’agosto, potesse parlare credo direbbe:” Lasciatemi in pace, non ho bisogno di tutto questo, non ho bisogno di voi”. E però non è vero, ognuno di noi ha bisogno degli altri, magari selezionandoli, scegliendoli tra i parenti e tra gli amici, tra gli sconosciuti incontrati per strada, tra le donne che ha amato e con cui è rimasto un legame anche più forte dell’amore. Col tempo, con la maturità, uno se n’accorge. È così è stato con Camilla. Camilla di cui non ricordavo neanche il cognome ma il suo volto sì, m’era rimasto impresso, la sua luce non m’aveva abbandonato anche se la nostra – diciamo – affettuosa amicizia era durata solo qualche anno, due forse tre, ed erano passati decenni dall’ultima volta che i nostri sguardi si erano incrociati. C’eravamo conosciuti ch’ero sulla soglia dei trenta, lei poco meno. Ci aggiravamo riluttanti, ognuno per conto suo, tra i pasticcini e le pizzette di una festa di compleanno. Vidi una giovane donna con i capelli biondi, ricci, con un fisico imponente, e m’avvicinai sciorinando battute e pose dei film di Woody Allen e Nanni Moretti. Volevo saggiare, tastare, la sua inclinazione all’ironia, la sua disponibilità ad un linguaggio che si scostasse dalla retorica e dalla noia quotidiana. Lei stette al gioco e il resto venne da sé fino a che durò. Fino a che lei mi disse:”Mi sono innamorata e lui è un appassionato di matematica ”. Io ci soffrii ma mi arresi subito e la salutai con un “mi auguro che tu abbia fatto bene i calcoli”. Ma, aldilà della sua reale compatibilità con equazioni e radici quadrate, io la vidi felice come con me non era mai stata. Evidentemente aveva trovato un uomo forte, protettivo, affettuoso, sempre presente, un uomo con cui non avrei potuto rivaleggiare né m’interessava, perché era quanto di più lontano ci fosse dalla mia storia personale e familiare, dal mio carattere, dai piccoli e grandi difetti a cui ero affezionato e da cui non avevo intenzione di prendere le distanze.
Quando improvvisamente mi è apparsa nella piccola libreria della piazzetta del centro, non ho potuto fare a meno di fissarla con occhi smarriti, indagatori, specchio di memorie e di ricordi che evidentemente erano lì, assopiti, ma pronti a risvegliarsi, a riprendere vita e carattere, facendosi beffe del tempo. Lei, probabilmente sentendosi osservata, mi guardò per tre-secondi-tre e poi si rituffò sui libri. Non mi aveva riconosciuto Camilla o non mi aveva voluto raccontare la sua vita dopo di me. Certo quel sorriso enigmatico che balzò dalle sue labbra mentre lasciavo la libreria poteva essere un saluto, un’allegra chiacchierata in estrema sintesi. E sulle ali di quell’ironica nostalgia montai sull’auto, puntando verso la strada del mare. Come se avessi a fianco il nonno, “lanciato a bomba verso l’infinito”.

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