Prima de “La Smorfia” fu Pulcinella. La maschera che affascinò anche Picasso, in un memorabile viaggio in Italia, alla scoperta del teatro napoletano. Massimo Troisi ce l’aveva nei geni, nel DNA. Nel 1970, a 17 anni, mise in scena una farsa di Antonio Petito, tra gli ultimi grandi Pulcinella. “Già scrivevo poesie, ma solo per me, poi ho cominciato a buttar giù canovacci e tra parentesi mettevo ‘lazzi’, quando si poteva lasciar andare la fantasia. A me divertiva proprio uscire coi ‘lazzi’, improvvisare, per poi tornare al copione. Era il momento del teatro alternativo d’avanguardia e tutti volevano usare Pulcinella. Rivalutarlo. C’era Pulcinella-operaio, e cose del genere. A me questa figura pareva proprio stanca. Pensavo che bisognasse essere napoletano, ma senza maschera, mantenere la forza di Pulcinella: l’imbarazzo, la timidezza, il non sapere mai da che porta entrare e le sue frasi candide».E dunque gettò la maschera di Pulcinella, ma conservò la sua forza dissacrante, lo sberleffo, lo schiaffo a poteri e luoghi comuni. Sfidando il suo “cuore matto”, lì portò senza risparmiarsi a teatro e al cinema, con la sua Napoli mai retorica, mai da cartolina. Fino al capolavoro, “Il postino”, che apriva un nuovo geniale capitolo della sua carriera. È rimasta la prima pagina, perché Massimo Troisi se n’è andato il 4 giugno del 1994. Ma quella pagina ha il fascino dell’incompiuto, del marmo abbozzato, del vuoto in cui la nostra immaginazione disegna una nuova “Annunciaziò”.

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