Teatro politico, anzi classico

La prima volta che ho visto Dario Fo era la fine del 1973. Pinochet aveva appena soffocato nel sangue il governo di Salvador Allende. E Fo mise su “Guerra di popolo in Cile”, lo spettacolo che fece tappa anche a Sassari e Cagliari. A Sassari Dario Fo finì in manette per aver rifiutato di far entrare la polizia nel teatro. Il grande clamore nazionale, la solidarietà della gente, la libertà dopo qualche ora e lo spettacolo a Cagliari, al Teatro Massimo. Ma il momento più bello fu l’incontro col “Mistero Buffo”, il capolavoro di Dario Fo. I racconti che venivano dalla tradizione popolare, dalle solide radici contadine, dagli affabulatori, dalla cultura delle classi subalterne, dei giullari non cortigiani che con l’ironia mostravano il volto grottesco del potere. E lo stupore fu la lingua, il grammelot, l’impasto di suoni e parole, di significanti e metafore, che troviamo anche in film come “Il nome della rosa”, tratto dal bestseller di Umberto Eco. Dario Fo e la sua compagnia ci aprirono un mondo, a Cagliari, recitando all’ingresso della facoltà di lettere, mentre noi tutti avevano trovato posto di fronte, sulla scalinata. come in un teatro greco. Mi è capitato di intervistare Dario Fo a Roma, per le pagine culturali dell’”Unione sarda”, quando le curava Alberto Rodriguez. Gli chiesi del suo teatro politico. E lui:”No, Il mio è teatro classico”. Fo come Shakespeare? In effetti cos’è un classico se non un’opera di grande cultura che si è fatta senso comune, che è riuscita a rappresentare i conflitti della società ed è entrata nella vita e nelle abitudini di noi tutti? E così si spiega il Nobel per la letteratura all’autore italiano rappresentato in tutto il mondo.
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